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InterlocutorePostwar anti-colonial sociology and theoryTunisia / France

Albert Memmi

1920 - 2020

Albert Memmi occupa un posto peculiare nel pensiero anti-coloniale: lucido, con uno sguardo freddo e non sentimentale, ma sempre scrivendo dall'interno dei resti emotivi che il colonialismo lascia dietro di sé. Nato a Tunisi nel 1920 in una famiglia ebraica nel protettorato francese, crebbe in una società stratificata dall'impero, dove lingua, legge, istruzione e aspirazione sociale puntavano tutte verso la Francia, segnandolo al contempo come non completamente appartenente a nessun luogo. Quella frattura divenne il nucleo della sua vita intellettuale. Memmi non stava semplicemente descrivendo il colonialismo dall'esterno; stava anatomizzando la pressione che esso esercitava su un soggetto colonizzato che era al contempo privilegiato ed escluso, visibile e marginale.

La sua opera più conosciuta, Il colonizzatore e il colonizzato (1957), è spesso letta accanto a quella di Frantz Fanon, poiché entrambi gli autori si interrogano su come la dominazione produca identità da entrambe le parti della divisione coloniale. Ma il metodo di Memmi è distintivo. Procede come un diagnostico, mappando la relazione come un sistema chiuso in cui ciascun lato è deformato dall'altro. Il colonizzatore, sostiene, è intrappolato in una dipendenza dal privilegio, avendo bisogno di disuguaglianza per preservare un senso di sé; il colonizzato è costretto in una condizione in cui l'inferiorità non è semplicemente imposta, ma socialmente recitata fino a sembrare naturale. La grande intuizione di Memmi è che il colonialismo non è solo un accordo politico, ma un'economia morale e psicologica. Insegna al colonizzatore a giustificarsi e al colonizzato a dubitare di sé.

Ciò che guidava Memmi non era il romanticismo rivoluzionario, ma la necessità di rendere leggibile la macchina dell'oppressione. Era cauto nei confronti delle astrazioni che rendevano il dominio coloniale sembrava eterno o eroico. La sua scrittura riflette un temperamento plasmato dall'osservazione, dalla cautela e da una certa sfiducia nei confronti dei gesti grandiosi. Questa moderazione conferisce forza al suo lavoro, ma rivela anche una contraddizione: la stessa moderazione che lo rende preciso può far sembrare la violenza coloniale più ordinata di quanto fosse nell'esperienza vissuta. Fanon spesso si rivolge alla rottura, alla furia e alla rifondazione della soggettività attraverso la lotta; Memmi più spesso si ferma al punto della diagnosi, come se nominare la malattia fosse di per sé una forma di azione etica.

Quella posizione ebbe delle conseguenze. Per lettori e attivisti, Memmi offrì un vocabolario per comprendere la dominazione senza l'intensità retorica che a volte spaventava il pubblico liberale. Ma il costo di quella accessibilità era una distanza tonale dalle realtà esplosive della vita coloniale. Il suo stile analitico poteva sembrare distaccato dalla sofferenza che descriveva, anche se quel distacco era parte della sua rigore. In privato, il peso di questa posizione risiedeva nella sua doppiezza: apparteneva al mondo che criticava, eppure non poteva mai sentirsi completamente a casa in esso. Pubblicamente, divenne un interprete lucido dell'impero; internamente, il suo lavoro si legge come il resoconto di qualcuno che cerca di sopravvivere all'umiliazione di essere trasformato in un'eccezione.

Il valore di Memmi per gli studi su Fanon risiede proprio in questa differenza. Egli mostra che il pensiero anti-coloniale non era una sola voce, ma un campo di temperamenti in competizione: uno forense, uno incendiario; uno impegnato nella diagnosi strutturale, l'altro nella rivolta psichica. Insieme rivelano la crisi intellettuale dell'impero. Separatamente, Memmi rimane il testimone più silenzioso, colui che ha compreso che la violenza più duratura del colonialismo non era solo ciò che faceva ai corpi e alle istituzioni, ma ciò che insegnava alle persone a credere su se stesse.

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