David Benatar
1966 - Present
David Benatar è uno dei filosofi contemporanei più significativi a fare esplicito riferimento alle intuizioni pessimistiche, anche se i suoi argomenti non sono semplici ripetizioni di Schopenhauer. Filosofo sudafricano per formazione e vita professionale, è diventato noto per trattare il pessimismo non come un umore o un temperamento, ma come un problema morale e analitico. La sua domanda centrale è se venire al mondo sia mai un beneficio per la persona che inizia a esistere, data l'inevitabilità della sofferenza. In Better Never to Have Been, presenta un rigoroso argomento antinatalista: l'assenza di dolore è buona anche se nessuno beneficia di quel bene, mentre l'assenza di piacere non è cattiva a meno che qualcuno non esista per esserne privato.
Ciò che guida Benatar non è tanto un disperato teatrale quanto una severità morale. Affronta la vita con la postura di qualcuno che non è disposto a lasciare che la sentimentalità offuschi il danno. L'argomento è inquietante in parte perché è così controllato: non ha bisogno di affermare che la vita sia uniformemente insopportabile, solo che ogni vita è strutturata da ferite, delusioni, perdite, malattie, invecchiamento e morte evitabili. La sua giustificazione è quasi ascetica nella sua disciplina. Se la sofferenza è ineluttabile e moralmente pesante, allora la procreazione inizia a sembrare meno una gioia privata e più un'imposizione eticamente discutibile. Sotto l'argomento formale c'è un profondo sospetto che gli esseri umani difendano la riproduzione narrando la propria esistenza in modo ottimista a posteriori.
Benatar è rilevante perché sposta il pessimismo dalla speculazione metafisica all'etica analitica. Invece di dire che il mondo è Volontà o che la vita è universalmente strutturata dalla noia e dal dolore, pone una domanda più ristretta ma devastante riguardo all'asimmetria nella valutazione dell'esistenza. Questo conferisce al pessimismo una nuova vita pubblica nei dibattiti sulla riproduzione, sul consenso e sulla moralità di portare nuovi esseri in essere. La vecchia preoccupazione filosofica diventa nuovamente concreta: è lecito creare un altro essere che sarà danneggiato semplicemente esistendo?
Le contraddizioni nella persona pubblica di Benatar sono parte di ciò che lo rende così inquietante. Non è un recluso che denuncia la specie da una montagna; è un filosofo accademico che utilizza gli strumenti dell'argomentazione, della chiarezza e della legittimità istituzionale per attaccare uno degli impulsi umani più basilari. Quella stessa civiltà può sembrare una maschera per una conclusione radicale. Non si presenta come anti-vita in un senso volgare, e non riduce le persone alla sola miseria. Eppure, la conseguenza pratica della sua posizione è severa: chiede alle persone comuni di scrutinare le loro speranze più intime, incluso il desiderio di avere figli. Per molti lettori, ciò non è liberatorio ma accusatorio.
Quell'accusa ha dei costi. Il lavoro di Benatar è stato condannato per sembrare sminuire il valore che le persone trovano nelle loro vite, la struttura non comparativa del benessere e l'importanza etica dei beni futuri. I critici sostengono che il suo quadro possa appiattire l'esperienza vissuta in un bilancio di danni, facendo sembrare l'attaccamento umano una illusione. Ma il costo non è solo filosofico. Nel dibattito pubblico, il ragionamento antinatalista può trasformare la procreazione in un tribunale morale, gravando i potenziali genitori con l'implicazione che l'amore ordinario possa essere eticamente sospetto. Il costo emotivo di quella affermazione è parte della sua forza.
L'importanza di Benatar per la storia del pessimismo è che dimostra che la tradizione non è semplicemente una cupezza ottocentesca. È entrata nella filosofia contemporanea in una forma affilata e argomentativa. Che si accetti o meno la sua conclusione, costringe la vecchia domanda a tornare con chiarezza contemporanea: se la vita include inevitabilmente danno, cosa giustifica il fare di più?
