Fredric Jameson
1934 - Present
Fredric Jameson è stato uno dei più influenti interpreti del postmodernismo perché si è rifiutato di trattarlo come una mera tendenza estetica. Per lui, il postmodernismo non era solo uno stile di collage, ironia, pastiche o mancanza di profondità; era l'espressione culturale di un sistema storico. Sosteneva che queste caratteristiche fossero sintomi di una nuova fase del capitalismo, in cui le coordinate più antiche della memoria di classe, della narrazione nazionale e della gerarchia artistica stabile erano state destabilizzate dai mercati globali, dai media commodificati e dalla saturazione della vita quotidiana da parte delle immagini. In altre parole, non si chiedeva solo come apparisse il postmodernismo. Si chiedeva che tipo di mondo rendesse inevitabile tale aspetto.
Quell'impulso conferiva potere e severità al suo lavoro. Jameson era guidato da un impegno di vita verso il marxismo, ma anche da un'ansia intellettuale più intima: la paura che la vita contemporanea stesse diventando sempre più difficile da totalizzare, da leggere, da narrare. Cercò di recuperare una mappa del tutto sociale proprio nel momento in cui la cultura sembrava essersi frammentata in superfici disconnesse. La sua famosa analisi della “logica culturale del capitalismo tardivo” era, in parte, un atto di resistenza contro la resa intellettuale. Voleva che i critici vedessero che la frammentazione stessa aveva una storia, e che il rifiuto della profondità storica non era innocente. Era prodotto.
Il suo saggio fondamentale e il successivo libro, entrambi intitolati Postmodernism, contribuirono a fissare il termine nel dibattito anglofono. Il grande contributo di Jameson fu quello di dare al postmodernismo una serietà politica e storica che molti dei suoi celebranti preferivano evitare. Dove altri descrivevano una nuova sensibilità, lui descriveva un regime. Dove altri trovavano novità, lui trovava un cambiamento sistemico. Dove altri vedevano libertà dalle vecchie forme, lui vedeva un ordine sociale trasformato che riorganizzava la coscienza dall'interno.
La contraddizione psicologica al centro della carriera di Jameson era produttiva ma costosa. Rimase impegnato con la “totalità” come categoria analitica anche mentre cronaca una cultura che diffidava delle spiegazioni master. Questo lo rese indispensabile per i lettori che volevano un resoconto della vita della fine del ventesimo secolo che fosse più grande della moda e più esigente del commento culturale. Ma lo rese anche vulnerabile all'accusa di appiattire la differenza artistica nella teoria. Alcuni artisti e critici sentirono che il suo quadro trasformava la complessità vissuta in un diagramma astratto. Il costo del suo metodo era una certa froideur: una tendenza a sottomettere la texture al sistema, l'esperienza singolare alla logica storica.
Eppure quella severità era anche la sua posizione etica. Jameson credeva che l'onestà intellettuale richiedesse di nominare le strutture che modellavano il desiderio, la percezione e la memoria, anche quando farlo rendeva la cultura meno libera di quanto affermasse. Il suo lavoro chiedeva ai lettori di affrontare una possibilità scomoda: che il postmodernismo non fosse solo come appariva il capitalismo tardivo, ma come si sentiva dall'interno.
