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Critico/SuccessoreAnalytic aestheticsUnited States

George Dickie

1926 - 2020

George Dickie appartiene alla fase successiva del dibattito sulla bellezza, quando i filosofi iniziarono a dubitare sempre più che la bellezza potesse ancora servire come concetto principale dell'estetica. La sua importanza risiede meno nell'offrire una nuova celebrazione della bellezza che nell'aiutare a smantellarne il monopolio. La teoria istituzionale dell'arte di Dickie non era, strettamente parlando, una teoria della bellezza, e quella omissione era voluta. Egli contribuì a fare spazio all'idea che l'arte possa essere definita da pratiche, ruoli e riconoscimento sociale piuttosto che da qualsiasi intrinseca bellezza, armonia o grazia formale.

Quel cambiamento intellettuale non era meramente tecnico. Rispondeva a un'ansia più profonda nell'estetica del ventesimo secolo: cosa dovrebbe fare la filosofia con l'arte che è abrasiva, concettuale, brutta, ironica o deliberatamente anti-bella? La risposta di Dickie fu quella di allentare il legame tra arte e bellezza. In effetti, egli sostenne che il mondo dell'arte, non la bellezza, fornisce il contesto che trasforma un oggetto in arte. Quella mossa fu chiarificatrice, ma anche inquietante. Spostò le speranze più antiche che l'estetica potesse identificare un'essenza stabile e universale condivisa da tutta l'arte. Invece, suggerì che l'arte è in parte un accordo umano, un'istituzione storicamente contingente sostenuta da critici, curatori, artisti e pubblici.

Psicologicamente, Dickie appare come un filosofo attratto dall'ordine, dalla classificazione e dalla demistificazione. Il suo lavoro ha la freddezza di un pensatore sospettoso della reverenza ereditata. Non aveva bisogno che l'arte fosse sacra per prenderla sul serio. Se mai, sembrava credere che la filosofia diventi più onesta quando smette di fingere che la bellezza spieghi tutto. Quella convinzione conferì forza alla sua teoria, ma lo rese anche un bersaglio. Per i difensori delle estetiche più antiche, la teoria istituzionale poteva sembrare drenare l'arte della sua aura, lasciando dietro di sé la procedura dove altri si aspettavano significato.

La contraddizione nella posizione di Dickie è rivelatrice. Egli contribuì a definire l'arte attraverso le istituzioni, eppure le istituzioni possono apparire impersonali ed escludenti. Una teoria destinata a spiegare come l'arte esista nella vita pubblica può anche rivelare quanto potere risieda nei custodi. Sottolineando il mondo dell'arte, Dickie illuminò il meccanismo sociale che conferisce status artistico, ma facendo ciò affinò anche la questione di chi rimane escluso da quel meccanismo. Il costo della sua chiarezza fu che l'arte potesse apparire meno come un campo di eccellenza umana e più come una categoria autorizzata socialmente.

Tuttavia, Dickie non distrusse semplicemente la bellezza; la declassò. Quella declassazione fu consequenziale. Costrinse l'estetica a confrontarsi con un mondo in cui la bellezza rimane significativa nel design, nella natura e in alcune arti, ma non comanda più l'intera disciplina. Il suo lavoro segna il punto in cui la bellezza cessa di essere il centro dell'estetica filosofica e diventa una delle molte domande. In questo senso, Dickie è un successore con un margine: eredita il vecchio dibattito solo per rivelarne i limiti, e lascia dietro di sé un resoconto più frammentato e più realistico di ciò che l'arte può essere.

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