Thomas Hardy
1840 - 1928
Thomas Hardy non è un filosofo nel senso professionale stretto, ma è uno dei più importanti interpreti letterari del pensiero pessimista. I suoi romanzi e le sue poesie traducono il pessimismo filosofico in esperienza vissuta, mostrando cosa si prova quando i piani umani si scontrano con la convenzione sociale, l'incidente, il tempo e le circostanze indifferenti. Se Schopenhauer ha dato al pessimismo una metafisica, Hardy gli ha dato paesaggi, matrimoni, campi, rovine e cimiteri. La sua arte non si limita a sostenere che la sofferenza è intrinsecamente legata all'esistenza; mette in scena la sofferenza come un'erosione lenta della speranza.
La preoccupazione centrale di Hardy era se l'aspirazione umana potesse sopravvivere in un mondo governato da forze che non si curano dell'intenzione. Nato nella campagna del Dorset nel 1840, è cresciuto tra il vecchio mondo agrario e quello modernizzante che lo stava progressivamente sostituendo. Quella dislocazione storica ha plasmato la sua immaginazione. Sembra aver trascorso la vita a piangere non solo per le delusioni personali, ma per la distruzione di un'intera ecologia morale: la consuetudine locale, l'intimità del villaggio e l'illusione che la vita umana potesse rimanere leggibile all'interno di un ordine stabile. La sua narrativa ritorna ripetutamente a personaggi che cercano intimità, dignità, conoscenza o felicità, solo per essere sconfitti dalla legge, dalla convenzione, dal caso e dalla mortalità. L'effetto non è melodrammatico, ma di tragica esattezza: il mondo non ha bisogno di odiarci per rovinarci.
La psicologia dietro l'opera di Hardy è insolitamente rivelatrice. Era un uomo di forti sentimenti ma di espressione controllata, esteriormente riservato, persino asciutto, mentre interiormente capace di intensa simpatia e tumulto privato. Giustificava la sua cupezza come realismo. Non si vedeva come un profeta della disperazione, quanto piuttosto come un testimone che rifiutava il conforto laddove il conforto avrebbe falsificato l'esperienza. Quella posizione gli conferiva autorità morale, ma gli permetteva anche di prendere le distanze dal danno che la sua visione poteva infliggere. In romanzi come Tess dei d'Urberville e Giude l'Obscuro, la sua compassione per le persone sofferenti è innegabile, eppure la meccanica della trama spesso pone quelle stesse persone sotto una pressione quasi intollerabile. I lettori possono sentire che Hardy piange per i suoi personaggi anche mentre li sottopone alle stesse forze che disprezza.
La sua persona pubblica affilava queste contraddizioni. Hardy era celebrato come un grande romanziere inglese, eppure si ritirava sempre di più dalla vita sociale e si dedicava alla poesia dopo la controversia attorno a Giude l'Obscuro, un romanzo così spietato nel suo trattamento del matrimonio, della religione e dell'aspirazione da scandalizzare i contemporanei. Il passaggio dalla narrativa alla poesia può essere interpretato come un ritiro, ma anche come una forma di autodifesa: la poesia gli offriva un medium più compresso, più mesto, in cui il suo scetticismo poteva diventare elegiaco piuttosto che conflittuale. Non ha smesso di diagnosticare la sofferenza; ha raffinato i termini in cui poteva sopportare di parlarne.
Le conseguenze dell'immaginazione di Hardy erano sia artistiche che umane. Ha fornito a generazioni di lettori un linguaggio per la delusione che non richiedeva autoinganno. Eppure il costo, specialmente nelle sue opere tarde, è un persistente senso che gli esseri umani siano esposti a un universo di quasi cerimoniosa indifferenza. La sua contraddizione più profonda potrebbe essere che era personalmente tenero e eticamente attento, mentre la sua visione della realtà spesso appare spietata. Quella tensione non è un difetto, ma la fonte della sua forza. Hardy tiene viva la questione che il pessimismo solleva nella sua forma più umana: se il mondo frustrasse così spesso coloro che più hanno bisogno che esso sia altrimenti, come dovremmo dire la verità su di esso senza tradire la compassione?
