Quando l'immagine del cervello in un recipiente divenne famosa, il problema filosofico che affrontava era già antico: cosa possiamo sapere con certezza sul mondo al di là della nostra esperienza immediata? La nuova versione di quella vecchia preoccupazione fu plasmata dall'epistemologia professionalizzata del ventesimo secolo, dall'emergere della filosofia analitica e dalla strana nuova intimità tra mente e macchina che la guerra, il calcolo e le neuroscienze avevano reso immaginabile. Il recipiente è una fantasia di laboratorio, ma appartiene a un'epoca in cui i laboratori erano diventati luoghi in cui i limiti della comprensione umana potevano essere messi in scena come esperimenti tecnici.
Il repertorio del vecchio scettico includeva sogni, demoni e illusioni teatrali. Cartesio aveva fatto il più famoso uso di tali dispositivi nella Meditazioni, dove si chiedeva se un ingannatore malvagio potesse orchestrare tutte le sue esperienze. Ma nel tardo ventesimo secolo quel problema acquisì un linguaggio più freddo. La domanda non era più solo se la percezione possa ingannare; era se l'intero flusso di esperienza potesse essere generato da un sistema esterno, con il soggetto isolato dalla realtà mentre rimaneva perfettamente persuaso di essere in contatto con essa. Il cervello in un recipiente è Cartesio tradotto nel linguaggio della cibernetica.
Due correnti intellettuali resero urgente quella traduzione. Una fu l'ondata di interesse per il calcolo e l'intelligenza artificiale, che incoraggiò i filosofi a immaginare la cognizione come qualcosa di implementabile in diversi media fisici. L'altra fu il rinnovamento postbellico dell'analisi semantica ed epistemica, in cui i filosofi cercarono di spiegare la conoscenza non attraverso rassicurazioni introspettive, ma prestando attenzione ai riferimenti, alle condizioni di verità e alle condizioni in cui la credenza è giustificata. Lo scenario del recipiente sembrava esporre una vulnerabilità in entrambi i progetti: se un sistema può simulare tutti gli input ordinari, allora avere semplicemente le giuste esperienze potrebbe non essere sufficiente per garantire la conoscenza del mondo.
L'immagine si cristallizzò nel libro di Hilary Putnam del 1981 Reason, Truth and History, ma attingeva potere dall'atmosfera degli anni '70 e '80, quando le discussioni su scetticismo, internalismo e realismo erano diventate strettamente collegate. Putnam non si accontentò di lasciare lo scetticismo come un'ansia eterna di fondo. Voleva dimostrare che certe immagini scettiche non sono semplicemente difficili da confutare; sono concettualmente instabili quando espresse in un linguaggio i cui termini ottengono il loro significato dal mondo che pretendono di descrivere. Fu una mossa audace, perché spostò il terreno dalla psicologia alla semantica.
Putnam non inventò la preoccupazione da solo, né fu l'unico a svilupparla. Il vicino quartiere filosofico includeva il dibattito in evoluzione sui mondi possibili, esperimenti mentali in stile Twin Earth e teorie esternaliste del riferimento. Il lavoro di Saul Kripke su nomi e necessità aveva già destabilizzato l'idea che il significato fosse fissato interamente dall'interno. Le stesse scritture successive di Putnam sul realismo avrebbero spinto nella stessa direzione da un altro angolo: le nostre parole e i nostri pensieri non fluttuano liberi dal mondo, perché il mondo aiuta a determinare a cosa si riferiscono. Il recipiente nacque quindi non solo come una minaccia scettica, ma come uno strumento diagnostico per la filosofia del linguaggio.
Tuttavia, la forza dell'immagine dipende anche dalla sua vivida fisicità. Un cervello sospeso in un fluido nutritivo, collegato a un supercomputer che fornisce un flusso continuo di sensazioni perfettamente coerenti, è più concreto del genio malvagio di Cartesio e meno metafisicamente stravagante dell'idealismo di Berkeley. Può essere immaginato. Può essere temuto. Può essere collocato in un romanzo di fantascienza, in una barzelletta di laboratorio o in un seminario di neuroetica. Quella concretezza è parte del suo potere filosofico: trasforma un dubbio astratto in una scena, e la scena in un enigma sui termini.
Lo scenario emerge anche da una cultura sempre più consapevole che gli esseri umani possono essere ingannati da sistemi che costruiscono loro stessi. Pensate alla simulazione militare, alla televisione e ai primi accenni pubblici di ambienti virtuali. Il pensiero che l'esperienza potesse essere ingegnerizzata non apparteneva più a un intervento soprannaturale; era diventata una possibilità tecnica. Questo è il sorprendente giro dietro l'esperimento mentale: più maestria acquisiamo su informazioni e stimolazioni, più diventa facile immaginare che la nostra ordinaria fiducia nel mondo poggi su una piattaforma nascosta di manipolazione.
Tuttavia, la domanda filosofica centrale rimase ostinatamente antiquata. Se tutto ciò che sperimento potesse essere prodotto da un dispositivo, quale motivo ho di credere di non essere già in quella condizione? I migliori argomenti scettici hanno sempre cercato il punto in cui le prove si esauriscono. Il cervello in un recipiente affilò quel punto rendendo la prova stessa parte del problema. Non era più sufficiente chiedere se i miei sensi siano affidabili; si doveva chiedere se i concetti stessi con cui pongo la domanda possano agganciarsi al mondo che temo di aver perso.
Ecco perché la storia del cervello in un recipiente inizia non con un singolo argomento, ma con una tensione tra due aspirazioni della filosofia moderna. Da un lato si trova la speranza di una certezza completa, o almeno di una spiegazione principiale della conoscenza che sopravvive al dubbio radicale. Dall'altro lato si trova il sospetto che il semplice atto di cercare di garantire la certezza possa rivelare una dipendenza più profonda dal mondo di quanto lo scetticismo ammetta. La domanda di Putnam, quindi, non era semplicemente se possiamo dimostrare di non essere cervelli in recipienti. Era se il linguaggio in cui poniamo quella domanda ci vincola già alla realtà che temiamo possa mancare.
