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CiceroneIl Mondo Che Lo Ha Creato
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5 min readChapter 1Europe

Il Mondo Che Lo Ha Creato

Roma non produsse tanto Cicerone quanto lo costrinse. Egli raggiunse la maggiore età nell'ultima generazione febbrile della Repubblica Romana, quando la politica era diventata una contesa tra comandi armati, ingegnosità legale e prestigio di ascendenza, e quando un talentuoso novizio di Arpino poteva ancora emergere, ma solo imparando a parlare per sé stesso e per lo stato allo stesso tempo. La carriera di Cicerone iniziò nel diritto e nell'advocacy forense, eppure il mondo più profondo che lo formò era una repubblica sotto stress: senato contro tribuni, élite contro leader popolari, forme costituzionali che cedevano sotto il potere militare. La filosofia entrò in quel mondo non come un ornamento, ma come un modo di pensare sotto pressione.

L'ironia è che Roma aveva già conquistato la Grecia prima che Cicerone iniziasse a tradurla. Insegnanti greci, libri e abitudini argomentative circolavano da tempo nella cultura dell'élite romana, spesso con sospetto. I romani più anziani potevano ancora deridere il raffinamento intellettuale greco come un ammorbidente del carattere. Eppure, nel primo secolo a.C., qualsiasi statista serio che volesse competere nella vita pubblica aveva bisogno di più del prestigio ereditato; aveva bisogno di concetti, esempi e di un linguaggio abbastanza flessibile da muoversi tra le aule di giustizia, il senato e il dibattito morale. Cicerone afferrò quel bisogno prima e più a fondo della maggior parte. La filosofia, per lui, non era un rifugio privato dalla politica. Era una risorsa per sopravvivere alla politica senza esserne completamente corrotto.

La sua educazione lo portò attraverso le principali scuole greche allora disponibili a Roma e oltre. Ascoltò la scuola epicurea rappresentata da Fedro e la tradizione accademica da Filone di Larissa; incontrò anche l'argomentazione stoica in forme che avrebbero in seguito plasmato il suo vocabolario etico e politico. Il risultato non fu una semplice conversione a una dottrina, ma una disciplina intellettuale: pesare le affermazioni, confrontare i sistemi, testarli attraverso le conseguenze. Questa era una risposta romana a un'eredità greca. Dove una scuola potrebbe cercare certezza, Cicerone spesso cercava un giudizio utilizzabile.

La crisi della Repubblica acutizzò il problema. Dopo la Guerra Sociale, dopo la dittatura di Silla, dopo la violenta competizione di uomini come Mario, Pompeo, Crasso e Cesare, il vecchio consenso costituzionale era scomparso, ma nessun nuovo ordine si era ancora stabilizzato. In un tale contesto, la filosofia poteva sembrare o impotentemente astratta o pericolosamente sovversiva. Cicerone insistette su una terza possibilità: che la riflessione sulla giustizia, sul dovere e sulla migliore costituzione fosse precisamente ciò che la vita pubblica richiedeva quando la vita pubblica era diventata inaffidabile. Nel dialogo De re publica, pone la questione dell'ordine politico al centro dell'indagine filosofica, come se il destino di Roma e la rilevanza della filosofia fossero lo stesso problema visto da angolazioni diverse.

I suoi grandi predecessori erano i filosofi greci che leggeva, ma anche la tradizione romana dell'eloquenza pratica incarnata da statisti e giuristi precedenti. La tensione tra teoria greca e pratica romana attraversa la sua carriera. La filosofia greca si era a lungo specializzata nel chiedere quale fosse la vita buona; la cultura politica romana chiedeva chi potesse comandare, chi dovesse obbedire e come una comunità potesse resistere. Cicerone voleva che entrambe le domande fossero risposte insieme. Questa era la sua ambizione, e anche il suo fardello: dimostrare che una mente coltivata non dovesse essere divorziata dall'obbligo pubblico, e che il latino potesse sostenere il peso della serietà filosofica senza perdere la forza civica.

Due scene rivelano le poste in gioco. Nelle aule di giustizia, Cicerone poteva smontare un avversario attraverso l'arrangiamento dei fatti, il ritmo, l'indignazione e l'ironia. Nei suoi dialoghi filosofici, lavorava più lentamente, lasciando che gli interlocutori testassero e affinassero le posizioni. La prima scena mostrava Roma che premiava la persuasione; la seconda cercava di civilizzare la persuasione con la ragione. Un'altra scena, più oscura, era il crollo della politica normale in un'emergenza. Quando l'argomentazione pubblica non garantiva più sicurezza, il filosofo-statista doveva scegliere se difendere la costituzione, cercare un accomodamento o preservare se stesso. La vita di Cicerone affrontò ripetutamente quella scelta, e la sua filosofia non ne sfuggì mai completamente.

Un sorprendente colpo di scena risiede nel linguaggio stesso. Cicerone non stava semplicemente importando idee greche; stava rendendo il latino capace di un discorso filosofico astratto. Termini che i lettori successivi danno per scontati — per esempio, i suoi sforzi per rendere concetti greci come officium, honestum, e la latinizzata vis di ratio — appartengono a un atto deliberato di costruzione culturale. Stava inventando un latino filosofico che potesse parlare non solo agli specialisti, ma anche ai cittadini. Quel lavoro linguistico era importante perché la crisi della Repubblica era anche una crisi di significati condivisi: cosa contava come giustizia, onore, legge, libertà o virtù quando il potere stava scivolando dalle sue ancore?

Il problema, quindi, non era solo come Roma dovesse essere governata, ma come una mente romana dovesse essere formata in un'epoca in cui l'autorità tradizionale non comandava più credenza. Il ritiro epicureo, il rigorismo stoico e la sospensione scettica offrivano ciascuno risposte parziali. Cicerone trovava ciascuna convincente e ciascuna insufficiente. Ciò che desiderava era un modo per preservare l'impegno senza dogmatismo, e il dovere civico senza naïveté. Questa ricerca di una filosofia adatta a una vita pubblica in pericolo è la soglia su cui appare la sua idea centrale.

È in quella pressione che emerge la distintività di Cicerone: egli è il romano che credeva che la filosofia dovesse essere tradotta, contestata e applicata se doveva avere importanza. Una volta compresa quella convinzione, la domanda successiva diventa inevitabile: a cosa pensava esattamente che servisse la filosofia, e perché fece dello scetticismo la forma della sua stessa mente?