L'esistenzialismo è più facile da fraintendere quando viene ridotto a uno slogan. “L'esistenza precede l'essenza” suona come una tesi ordinata, ma nelle mani degli esistenzialisti è una provocazione con conseguenze. Essa nega che un essere umano abbia una natura fissa che determini completamente ciò che conta come una vita buona. Noi arriviamo per primi; poi, attraverso la scelta, l'azione, l'impegno e il rifiuto, diventiamo qualcosa. Il significato non è un oggetto nascosto in attesa di essere scoperto come un fossile. Esso è creato, precariamente, nel tempo.
Jean-Paul Sartre ha trasformato quella proposizione nella formula più famosa del movimento. Nella sua conferenza del 1945 “L'existentialisme est un humanisme,” ha sostenuto che poiché non c'è Dio a progettarci, non esiste un'essenza umana predefinita. Un tagliacarte è realizzato secondo un concetto prima di esistere; un essere umano no. Quel contrasto, sebbene semplice, è esplosivo. Significa che le nostre scuse — “sono stato fatto in questo modo,” “questa è solo la natura umana,” “il ruolo lo richiedeva” — non portano più autorità metafisica. Possono descrivere pressione, abitudine o condizionamento sociale, ma non destino.
Una prima illustrazione è il famoso esempio di Sartre di un giovane diviso tra lasciare casa per unirsi ai Francesi liberi o restare per prendersi cura di sua madre. Nessuna regola generale può risolvere la questione senza residui. Il dovere tira in più di una direzione, e ogni giustificazione ha un costo. Il punto non è che tutte le scelte siano arbitrarie. È che nessun principio astratto può sostenere l'intero peso della decisione. L'individuo deve comunque agire, e nell'agire rivela che tipo di mondo è disposto a sostenere.
Una seconda illustrazione, presente nell'opera romanzesca e drammatica di Sartre, mostra l'intuizione esistenziale in forma quotidiana. Un cameriere che sovraperforma il suo ruolo, muovendosi come se fosse solo e interamente “un cameriere,” esemplifica ciò che Sartre chiama cattiva fede: il tentativo di diventare una cosa, di nascondersi dalla libertà fingendo che la propria identità sia già compiuta. La sorprendente svolta è che la cattiva fede non è semplice menzogna. È un'auto-inganno più intimo, un modo di fuggire dal fatto inquietante che si è sempre più di una funzione sociale e mai identici ad essa.
Ma l'esistenzialismo non è solo il volontarismo sartreano. L'analisi di Martin Heidegger di Dasein in Essere e Tempo aveva già riformulato l'esistenza umana come essere-nel-mondo, non come una mente distaccata che ispettiva oggetti. Per Heidegger, siamo gettati in situazioni non scelte da noi, eppure rimaniamo esseri il cui stesso essere è in gioco per noi. L'ansia è rivelatrice perché spoglia i significati familiari del loro sostegno e svela il semplice fatto che dobbiamo abitare le nostre vite senza una rassicurazione metafisica finale. Sebbene Heidegger rifiutasse l'etichetta di “esistenzialista,” il suo lavoro ha fornito una delle grammatiche ontologiche più profonde del movimento.
La potenza dell'idea risiede nel suo doppio rifiuto. Essa rifiuta l'idea che gli esseri umani siano meri meccanismi governati da una necessità simile alla legge, e rifiuta l'idea che la vita abbia un copione predefinito. Tra determinismo e provvidenza, lascia spazio alla libertà — ma una libertà che è pesante, non glamour. Essere liberi non significa fluttuare al di sopra dei vincoli; significa dover rispondere per ciò che si fa dei vincoli.
Qui il movimento acquista la sua carica morale. Se il significato deve essere creato, allora nessuno può scaricare la responsabilità su “natura umana,” nazione, classe, razza o destino. L'esistenzialismo non è quindi meramente introspettivo; è accusatorio. Esso chiede se si sta vivendo autenticamente, il che non è un vanto ma una richiesta. Una persona può trascorrere anni in conformità e scoprire comunque che non è mai stato dato un assenso interiore.
Quella richiesta è il motivo per cui l'esistenzialismo utilizza così spesso situazioni concrete, quasi teatrali. Un soldato sotto occupazione, un collaboratore che si spiega, un amante indeciso tra fedeltà e libertà, un credente lacerato tra obbedienza e sincerità: questi non sono casi studio decorativi. Sono laboratori per testare se una persona può possedere un'azione senza nascondersi dietro i ruoli. Le poste in gioco sono severe, perché se non c'è un'essenza a scusarci, non c'è nemmeno un'essenza a salvarci.
Una distinzione cruciale deve essere tenuta presente. Per gli esistenzialisti, la libertà non significa l'assenza di tutte le condizioni. Significa che all'interno delle condizioni — classe, corpo, storia, temperamento, mortalità — siamo ancora responsabili di come le affrontiamo. Questo è il motivo per cui l'esistenzialismo può sembrare sia liberatorio che duro. Esso conferisce dignità rifiutando di ridurre le persone a oggetti; le appesantisce negando una facile assoluzione.
Un'altra sorprendente conseguenza segue: l'autenticità non è auto-espressione nel senso terapeutico moderno. Non è semplicemente “essere fedeli a se stessi,” come se ci fosse un nucleo interiore sigillato in attesa di essere svelato. In molti scrittori esistenzialisti, il sé è qualcosa che si diventa attraverso l'impegno, e il sé che si scopre può essere meno un'essenza nascosta che un insieme di lealtà scelte e mantenute. Il significato non si trova quindi solo attraverso l'introspezione. Esso è messo in atto.
Al suo cuore, quindi, l'esistenzialismo afferma che l'essere umano non è una cosa completata ma un compito incompiuto. Non nasciamo con il nostro significato stampato su di noi. Dobbiamo conferirlo, e nel conferirlo diventiamo responsabili del mondo che facciamo apparire attraverso le nostre azioni. Il passo successivo è vedere come questa idea centrale si espande in un sistema più ampio di concetti — libertà, ansia, cattiva fede, autenticità e, per alcuni scrittori, trascendenza.
