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Regressione InfinitaIl Mondo Che Lo Ha Creato
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5 min readChapter 1Europe

Il Mondo Che Lo Ha Creato

Prima che il regresso infinito diventasse una frase tecnica, era già una pressione avvertita nelle stanze più antiche della filosofia: la paura che, se una spiegazione dipende da un'altra, e quella da un'altra ancora, allora l'indagine potrebbe non arrivare mai a nulla di solido. I primi grandi sistemi greci furono costruiti sotto questa pressione. Chiedere di cosa sia fatto il mondo, su cosa poggi la conoscenza o cosa renda intelligibile il cambiamento significava anche chiedere cosa fermi il quesito. Molto prima che i logici successivi dessero al problema nomi formali, l'immaginazione filosofica stava già lavorando all'interno dello stesso vincolo: una catena di ragioni può essere stabile solo quanto il suo primo anello, ma cosa succede se il primo anello è solo un altro anello?

Nella tradizione cosmologica primitiva, i pensatori non parlavano ancora nel linguaggio moderno degli "argomenti di regresso", ma stavano già circondando il problema. Se tutto proviene dall'acqua, come si riporta che abbia suggerito Talete, allora perché l'acqua piuttosto che qualcos'altro? Se tutto è apeiron, l'infinito, in Anassimandro, la spiegazione termina in un principio o rinomina semplicemente il mistero? Questi non erano semplicemente enigmi empirici. Erano enigmi riguardo alla possibilità che la mente possa risolvere un conto senza prendere in prestito la sua stabilità da un altro conto. Il mondo, in questi primi sistemi, poteva essere mappato, ma la mappatura stessa sollevava la questione di cosa ancorasse la mappa.

I filosofi eleatici affilarono le scommesse sfidando il cambiamento ordinario e la pluralità. Zenone di Elea, nel quinto secolo a.C., divenne famoso per argomenti che rendevano impossibile il movimento: se spazio e tempo sono divisibili senza fine, allora il corridore deve prima percorrere metà della distanza, poi metà della distanza rimanente, e così via. Il punto non era semplicemente essere astuti. Era dimostrare che un certo stile di ragionamento può generare una sequenza infinita di compiti a partire da un inizio finito, lasciando l'azione sospesa nel pensiero. Si può ancora avvertire il turbamento in quei paradossi: la corsa non inizia mai perché la ragione continua a dividere il percorso in due. Nel mondo intellettuale che produsse tali argomenti, un'affermazione filosofica poteva fallire non perché fosse falsa nel senso ordinario, ma perché non poteva completarsi senza un'infinita integrazione.

Platone ereditò quel turbamento e lo rese filosofico. In dialoghi come il Parmenide, il regresso non è una mera curiosità ma una prova di teorie che postulano le Idee o intermediari esplicativi. Se una cosa è F partecipando all'Idea F, cosa spiega l'essere stesso dell'Idea F? Deve esserci un'altra Idea, e un'altra dopo quella? Il dialogo non presenta una dottrina ordinata; mette in scena una crisi. Eppure la crisi stessa è istruttiva, perché rivela un profondo disagio antico: una teoria che spiega il molteplice attraverso l'uno può, se gestita con leggerezza, moltiplicare l'uno in una scala senza fine. Il problema non è astratto nel senso sottile. Riguarda se la spiegazione si conclude davvero in qualcosa di esplicativo, o semplicemente si ritira di un livello più lontano ogni volta che viene perseguita.

Aristotele, il critico più influente di Platone, trasformò la pressione in un principio metodologico. Negli Analitici Posteriori e nella Metafisica, insiste che la dimostrazione non può procedere all'indietro per sempre; la conoscenza deve partire da principi primi che non sono a loro volta inferiti dalla stessa catena di prove. La sua lamentela non è anti-intellettuale. È che una prova che dipende indefinitamente da prove precedenti non dà mai alla comprensione un luogo dove poggiare. In fisica, etica e logica, Aristotele cercò archai, inizi, perché senza di esse l'indagine somiglierebbe a un uomo che cammina per sempre verso un orizzonte che si ritira al suo passo. Il suo stesso progetto è un promemoria che la paura del regresso non è mai stata solo distruttiva: ha anche costretto la filosofia a chiedere dove il ragionamento possa legittimamente iniziare e che tipo di punto di partenza possa sopportare il peso dell'indagine.

Quella preoccupazione antica non scomparve con l'antichità; fu preservata, trasformata e talvolta armata nelle tradizioni successive. Gli scolastici medievali si chiedevano se la causalità, il movimento o la dipendenza potessero regredire all'infinito. La questione non era più solo cosmologica. Divenne teologica, perché una catena infinita di cause contingenti sembrava incapace di spiegare perché qualcosa esista. Per alcuni, il regresso minacciava la creazione; per altri, chiariva la necessità di una causa incausata. Le scommesse non erano più confinate a un'indagine astratta. Toccarono la struttura della realtà come compresa nei sistemi religiosi, dove la differenza tra una serie finita e una infinita poteva segnare la differenza tra un mondo che inizia per design e uno che sembra semplicemente sospeso nella dipendenza.

Una sorprendente svolta si nasconde in questa storia. Il problema del regresso non sorse solo come un nemico del pensiero; divenne anche uno dei suoi strumenti più disciplinati. I filosofi impararono a distinguere i tipi di spiegazione proprio perché alcune catene sono innocue e altre letali. Una fila di soldati può estendersi indefinitamente senza problemi; una catena di autorità presa in prestito potrebbe non farlo. La stessa forma—una cosa che dipende da un'altra—può essere benigna in un dominio e fatale in un altro. Quella distinzione era importante perché la filosofia non stava semplicemente cercando di vietare l'infinito. Stava cercando di determinare quale infinito sia strutturalmente rilevante e quale sia solo una curiosità matematica o descrittiva.

Ecco perché il concetto non è una stretta curiosità logica ma una tentazione filosofica permanente. Ogni volta che una teoria afferma che X dipende da Y, invita alla domanda successiva: cosa fa sì che Y svolga il suo lavoro esplicativo? Se Y risponde invocando Z, l'interrogante arriva di nuovo, immutato. La vecchia preoccupazione greca non era mai solo che la spiegazione potesse continuare. Era che la spiegazione potesse continuare senza garantire nulla. Il capitolo successivo chiede come la filosofia cerchi di arrestare quel movimento e che tipo di punto di arresto potrebbe contare come risposta.