La teoria del contratto sociale è nata non nella pace, ma nel disfacimento. Il diciassettesimo secolo in Europa è stato segnato da guerre civili, conflitti confessionali, lotte dinastiche e dal crollo della fiducia che l'ordine politico potesse semplicemente essere dedotto da Dio, dalla consuetudine o dalla costituzione antica. Il vecchio linguaggio della gerarchia continuava a farsi sentire, ma non risolveva più le controversie. I re rivendicavano il diritto divino; i ribelli rivendicavano la coscienza; le sette rivendicavano la rivelazione; gli avvocati rivendicavano il precedente. In quel frastuono, si delineava una domanda più profonda: se l'autorità non è garantita dalla natura, dalla Scrittura interpretata una volta per tutte, o dal rango ereditato, cosa la rende vincolante?
Thomas Hobbes rispose dall'ombra della Guerra Civile Inglese. Aveva visto cosa accadeva quando un comune si frantumava in poteri rivali e interpretazioni rivali del diritto. In Leviatano (1651), scritto dopo anni di esilio e pubblicato durante il tumulto che seguì l'esecuzione di Carlo I, riformulò la politica come un problema di vulnerabilità umana. La questione non era come perfezionare la virtù, ma come evitare una morte violenta. Quell'enfasi cupa fu di per sé una sorpresa. La filosofia politica aveva a lungo lodato la città come il contesto per il fiorire; Hobbes inizia con la paura, l'insicurezza e l'uguaglianza della fragilità umana. Se ogni persona ha abbastanza forza, astuzia o alleanza per minacciare gli altri, allora nessuno può fidarsi in sicurezza della semplice buona volontà.
Eppure Hobbes non era semplicemente pessimista riguardo ai motivi umani. Era anche un teorico dell'ordine in condizioni di disaccordo. Una delle sue mosse più sorprendenti fu quella di far dipendere la legittimità politica dall'autorizzazione piuttosto che dalla genealogia. Le persone non obbediscono perché i governanti sono naturalmente superiori; obbediscono perché, in un atto fondativo di patto, hanno fatto sì che qualcuno parlasse e agisse a loro nome. Quell'idea era radicale proprio perché preservava la sovranità mentre spogliava di mistica. Il sovrano poteva essere un monarca, un'assemblea o un'altra forma di potere personificato; ciò che contava era che ci fosse un'autorità finale in grado di porre fine alla guerra di tutti contro tutti.
John Locke scrisse da una crisi diversa e per uno scopo diverso. I suoi Due trattati sul governo, composti nel periodo successivo alla Crisi di Esclusione e pubblicati nel 1689, cercarono di dimostrare che il governo esiste per la protezione dei diritti, non per la manifestazione della maestà. Eredità da Hobbes il senso che l'autorità politica debba essere giustificata, ma rifiutò la nozione che la paura da sola potesse fondarla. Per Locke, gli esseri umani non nascono in soggezione; nascono con diritti alla vita, alla libertà e alla proprietà. La questione è perché possano acconsentire al governo e a quali condizioni possano successivamente giudicarlo inadempiente.
C'era una nettezza pratica nella questione. Il recente passato dell'Inghilterra aveva mostrato che gli appelli alla consuetudine antica potevano essere mobilitati a favore sia della corona che del parlamento, mentre argomenti religiosi potevano santificare quasi qualsiasi causa. La risposta di Locke fu quella di immaginare la società politica come un accordo fiduciario: i governanti sono fiduciari, e la fiducia può essere infranta. Lo stato non è quindi un'eredità sacra, ma un potere delegato. Questa è un'atmosfera morale molto diversa da quella di Hobbes: una inizia nel terrore e cerca la pace; l'altra inizia nei diritti e cerca un meccanismo più sicuro per la loro protezione.
Jean-Jacques Rousseau entrò in un mondo ancora diverso, quello della modernità commerciale, dell'ineguaglianza crescente e della lucentezza inquieta della vita civile. A metà del diciottesimo secolo, le antiche certezze teologiche si erano ulteriormente indebolite, ma così anche la fiducia che le istituzioni illuminate fossero automaticamente umane. Il Discorso sull'ineguaglianza (1755) e Il contratto sociale (1762) di Rousseau rivolsero il pensiero del contratto sociale verso una domanda più profonda: se la società ci forma, può anche deformarci? Il suo lavoro è spesso ricordato per la drammatica affermazione che un popolo è “costretto a essere libero”, anche se quella frase appartiene a un argomento molto più sottile riguardo alla legge, all'autogoverno collettivo e alle condizioni sotto le quali l'obbedienza può ancora contare come autogoverno.
L'originalità di Rousseau stava in parte nel rifiuto di trattare la convenzione come necessariamente liberatoria. Egli vedeva la società moderna come capace di trasformare la dipendenza in servilismo pur continuando a definirsi civile. Dove Hobbes difendeva la sovranità contro il disordine, e Locke difendeva i diritti contro la tirannia, Rousseau si chiedeva se le stesse strutture della vita sociale potessero alienare le persone da se stesse. Quella domanda ampliò la teoria del contratto sociale oltre la questione ristretta del cambiamento di regime. Divenne una meditazione sulla libertà in condizioni di interdipendenza.
Dietro a questi pensatori si trovavano materiali più antichi: riflessioni classiche sulla legge e sulla convenzione, argomenti medievali sul consenso, la teoria della resistenza protestante, le tradizioni del diritto naturale e le nuove scienze matematiche e meccaniche. Ma la pressione distintiva proveniva da un'Europa non più in grado di dare per scontata la legittimità politica. L'immagine del contratto rispondeva a un sospetto moderno: se gli esseri umani hanno creato le loro istituzioni, allora potrebbero anche rifarle. Questo non diceva ancora quali istituzioni fossero giuste. Sollevava solo la possibilità che la legittimità dovesse essere guadagnata, non ereditata.
Quella possibilità era sia esaltante che pericolosa. Una volta che l'autorità deve giustificarsi di fronte ai governati, nulla è immune da interrogativi. Ma una volta che la politica è trattata come un artefatto dell'accordo umano, lo stato può anche essere difeso con una rigorosità senza precedenti. L'idea centrale nasce in quel doppio movimento: una promessa che il potere può essere reso responsabile, e un avvertimento che senza tale responsabilità, l'ordine stesso può diventare una maschera per la dominazione. Il passo successivo è vedere cosa dice effettivamente il contratto e perché potrebbe significare cose così diverse in Hobbes, Locke e Rousseau.
