J. M. E. McTaggart
1866 - 1925
J. M. E. McTaggart si erge come il grande genio negativo della filosofia del tempo: un pensatore che non si limitò a dubitare del nostro senso ordinario del flusso temporale, ma cercò di dimostrare che il tempo stesso è impossibile. Nel suo articolo del 1908 “L'irrealtà del tempo”, presentò uno degli argomenti più famosi e inquietanti della metafisica moderna. Il punto non era semplicemente che le persone a volte sono confuse quando parlano del passato, del presente e del futuro. McTaggart affermò che il stesso quadro della descrizione temporale contiene una contraddizione. La sua distinzione tra la serie A e la serie B divenne uno degli strumenti più duraturi nella metafisica. La serie A dispone gli eventi come passati, presenti e futuri; la serie B li ordina come precedenti e successivi. Per McTaggart, il tempo genuino richiede la serie A, eppure la serie A è impossibile, perché ogni evento deve in qualche modo occupare posizioni temporali mutuamente incompatibili.
Ciò che rende McTaggart così sorprendente è la forza psicologica del suo sospetto. Non si avvicina al tempo come a un enigma neutro, ma come a un'irritazione metafisica: una caratteristica superficiale dell'esperienza che potrebbe nascondere un'incoerenza più profonda. Prende l'intuizione familiare che il tempo "passa" e la sottopone a un'analisi implacabile. Se un evento è futuro, poi presente, poi passato, che tipo di status è quello? Se queste sono proprietà, un evento sembra possedere proprietà contraddittorie. Se sono relazioni, allora la contraddizione potrebbe essere spostata, non risolta. Il suo argomento è devastante non perché sia mistico, ma perché è metodico. Trasforma l'esperienza comune in una trappola formale.
Eppure McTaggart non era semplicemente un distruttore del tempo. Era un costruttore di sistemi, e il rifiuto del tempo era solo una fase di un programma metafisico più ampio. Credeva che la realtà, al suo livello più profondo, fosse spirituale e, in ultima analisi, atemporale. Quella convinzione conferisce al suo argomento una texture emotiva molto diversa da una semplice paradosso accademico. Non stava cercando di lasciare il mondo vuoto; stava cercando di liberare il mondo dall'illusione affinché un ordine più fondamentale potesse essere visto. In questo senso, la sua “irrealtà” del tempo era un ponte dal mondo inquieto del cambiamento a una realtà assoluta oltre il cambiamento.
C'è una tensione rivelatrice nel carattere intellettuale di McTaggart. Pubblicamente, appare come un analista freddo, smantellando il senso comune temporale con rigore chirurgico. Ma l'austerità dell'argomento maschera un profondo desiderio metafisico: un desiderio di stabilità, coerenza e un ordine non toccato dal divenire. L'impulso privato dietro la struttura formale sembra essere l'insoddisfazione per un mondo che altera, decade e rifiuta di restare fermo. La sua filosofia può essere letta come un tentativo di redimere la realtà dalla transitorietà dimostrando l'irrealtà della transitorietà.
Il costo di quell'ambizione è stato significativo. Per molti lettori, la conclusione di McTaggart sembra un verdetto filosofico contro l'esperienza vissuta stessa. Ha contribuito a rendere lo studio del tempo più preciso, ma anche più inquietante, perché i filosofi successivi dovettero rispondere non solo alla sua conclusione, ma anche alla pressione interna del suo ragionamento. Anche coloro che rifiutano il suo idealismo lavorano ancora all'ombra della sua sfida. L'eredità di McTaggart è quindi a doppio taglio: ha ampliato la disciplina costringendola a chiarire cosa significhi per il tempo esistere, mentre incarna anche il pericolo di un sistema così elegante da sembrare negare il mondo umano che pretende di spiegare.
