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ProponenteContemporary Continental Philosophy; Feminist TheoryItaly / Netherlands

Rosi Braidotti

1954 - Present

Rosi Braidotti ha contribuito a dare al postumanesimo un vocabolario più esplicitamente filosofico e affermativo, specialmente in The Posthuman e nel suo lavoro precedente sul soggetto nomade, la teoria femminista e la condizione postumana. La sua domanda centrale non è semplicemente cosa viene dopo "l'umano", ma che tipo di sé può ancora essere immaginato una volta che l'ideale umanista liberale dell'individuo autonomo e auto-trasparente è trattato come una finzione storica. In questo senso, la sua carriera è stata guidata da un'inquieta sospetto verso la sovranità: il soggetto sovrano, la nazione sovrana, la mente sovrana, persino il corpo sovrano. Torna insistentemente all'intuizione che la soggettività è relazionale, incarnata e radicata in forze materiali, tecnologiche e storiche che nessuno sceglie da zero.

Quell'impulso conferisce forza al suo lavoro. Braidotti non si accontenta di diagnosticare il crollo delle certezze più antiche; vuole costruire qualcosa al loro posto. Il suo postumanesimo è quindi apertamente normativo. Propone un orizzonte etico e politico in cui la vita non umana, l'intreccio ecologico e la mediazione tecnologica non sono trattati come minacce alla dignità umana, ma come condizioni dell'esistenza contemporanea. L'attrattiva di questa posizione è facile da vedere. Offre una via di fuga dalla paralisi, dalla sterile ripetizione della critica e dall'attaccamento malinconico a un umanesimo che spesso ha escluso tanto quanto ha protetto. Il suo progetto chiede ai lettori di immaginare un futuro vivibile senza nostalgia per il vecchio umano sovrano.

Ma la stessa ambizione la espone a critiche. La postura affermativa di Braidotti può sembrare, ai scettici, una scommessa intellettuale fatta a una distanza troppo grande dalla violenza così come viene realmente vissuta. Se la soggettività è sempre in divenire, sempre distribuita, sempre in relazione, cosa succede alla dominazione che è ostinatamente asimmetrica e materiale? Cosa succede all'esclusione razzializzata, alla precarietà economica, al danno di genere, o alle forme burocratiche ed ecologiche di violenza che non si dissolvono semplicemente perché si adotta un'ontologia più ampia? I suoi difensori direbbero che non nega mai queste realtà; i suoi critici sospettano che il suo stile di pensiero a volte le attenui, traducendo il danno in un'occasione per il rinnovamento concettuale.

Quella tensione è centrale al suo profilo psicologico come pensatrice. Braidotti sembra motivata da un rifiuto della disperazione, ma anche da una paura che la disperazione possa diventare politicamente pigra. Il suo lavoro è pieno di uno sforzo deliberato per superare le tentazioni del cinismo. Il costo di quella disciplina è che a volte sembra chiedere più ai concetti di quanto i concetti possano offrire, come se un nuovo vocabolario potesse garantire un nuovo mondo. Eppure, l'appello della sua filosofia risiede proprio lì: nella sua determinazione a pensare dopo la perdita senza collassare in un lutto solitario.

Il suo contributo, quindi, non è semplicemente quello di aver ampliato il postumanesimo. Ha aiutato a farlo sentire come un progetto etico piuttosto che come un'etichetta accademica. In ecologia, femminismo e dibattiti sulla disuguaglianza globale, ha sostenuto che il compito reale non è quello di salvare un centro umano scomparso, ma di imparare a appartenere in modo diverso. Nella storia del movimento, Braidotti rappresenta un postumanesimo che desidera essere costruttivo oltre che critico: una filosofia di appartenenza alterata, con tutta la speranza e il rischio che tale filosofia comporta.

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