The Philosophy ArchiveThe Philosophy Archive
CoscienzaIl Mondo Che Lo Ha Creato
Sign in to save
5 min readChapter 1Europe

Il Mondo Che Lo Ha Creato

Molto prima che la coscienza diventasse un termine tecnico della filosofia della mente, era un dilemma umano: il fatto interiore che i pensieri sono presenti a noi, mentre il mondo rimane al di fuori di noi. L'idea non è iniziata nei laboratori, ma in riflessioni su sogni, illusioni, memoria, responsabilità morale e morte. Un dormiente può essere certo di un'esperienza anche mentre si sbaglia sulla sua causa; una persona colpevole può essere responsabile di un atto solo se c'era un sé a possederlo; un in lutto può chiedere dove sia andato il suo amato e significare, almeno in parte, dove sia andata la vita interiore. Questi disturbi ordinari già accennano al problema: l'esperienza è immediata per il soggetto ed elusiva per l'osservatore.

La filosofia classica fornì diversi dei vecchi materiali da cui il problema moderno fu poi costruito. Nei dialoghi di Platone, l'anima non è semplicemente una sostanza spettrale; è il seggio della vita ragionata, capace di distogliersi dalle apparenze verso la realtà intelligibile. Aristotele, al contrario, tratta l'anima nel De Anima come la forma di un corpo vivente, rendendo la vita interiore inseparabile dall'organizzazione biologica. Eppure nessuno dei due quadri isola davvero la coscienza come avrebbero fatto i pensatori successivi. Si chiedono cosa sia l'anima e come conosca, non ancora perché l'esperienza abbia un carattere percepito. Quella lacuna avrà importanza in seguito, perché la questione moderna della coscienza emerge precisamente quando la filosofia inizia a separare la descrizione meccanica della natura dalla realtà in prima persona dell'esperienza.

Il cambiamento decisivo arriva nell'Europa moderna, dove la nuova scienza spiega sempre più la natura in termini di movimento, estensione e quantità misurabile. Una volta che i corpi sono trattati come cose estese nello spazio, il posto della sensazione diventa sconcertante. L'universo matematicamente disciplinato di Galileo è potente perché spoglia il mondo fisico di colore, gusto e suono, assegnando quelle qualità al percepiente o a relazioni che coinvolgono il percepiente. Il mondo della scienza diventa, di fatto, un mondo di struttura senza la texture ovvia dell'esperienza vissuta. Questo non è ancora un problema per tutti, ma crea il palcoscenico su cui il problema diventerà inevitabile.

René Descartes si trova sulla soglia perché rende l'interiorità filosoficamente esplicita. Nelle Meditazioni, specialmente nella seconda, scopre che mentre le cose corporee possono essere messe in dubbio, il fatto di pensare non può: il meditante è immediatamente consapevole di dubitare, affermare, negare, volere, immaginare. Questo non fa semplicemente della coscienza un teatro privato; la rende la prima certezza da cui deve iniziare la conoscenza. La sorprendente svolta è che il sé diventa più sicuro proprio quando il mondo esterno è più incerto. Ma quella stessa sicurezza ha un costo: se la vita mentale è conosciuta direttamente e i corpi solo indirettamente, come possono i due appartenere a una sola persona?

Il secolo successivo eredita quella frattura. John Locke, in An Essay Concerning Human Understanding, rende la coscienza centrale all'identità personale collegando il sé alla memoria e alla continuità della consapevolezza. Sposta l'attenzione dalla sostanza all'esperienza: ciò che conta per essere la stessa persona non è lo stesso pezzo di materia, ma la stessa vita cosciente. Questo fu un passo liberatorio, perché rese la responsabilità e l'identità meno metafisiche e più psicologiche. Eppure sollevò anche una prospettiva inquietante: se la coscienza può essere portata dalla reminiscenza e dalla consapevolezza piuttosto che da una sostanza dell'anima fissa, allora il sé inizia a sembrare meno un'essenza e più un evento.

Allo stesso tempo, l'empirismo britannico e successivamente la psicologia associazionista trattarono sempre più la mente come qualcosa costruito da sensazioni, idee e abitudini. David Hume trova famosamente, attraverso l'introspezione, nessun sé semplice, solo un fascio di percezioni in perpetuo flusso. Questo è un attacco non alla coscienza stessa, ma all'idea che la coscienza riveli una sostanza interiore stabile. La mente diventa un flusso piuttosto che un nucleo. Per i lettori successivi, questo può sembrare una riduzione elegante; per altri, è una minaccia, perché un flusso può scorrere senza che ci sia alcun proprietario a cui appartenga.

Nel diciannovesimo secolo, la scienza fisiologica intensifica la pressione. Riflessi, nervi, percezione e localizzazione cerebrale suggeriscono che la mente possa essere spiegata attraverso processi corporei. Eppure questo stesso successo rende il residuo più visibile. Si può tracciare il nervo ottico, ma non spiegare così il rossore come viene esperito; si può descrivere il sistema uditivo, ma non spiegare perché una melodia venga udita piuttosto che semplicemente elaborata. Il vocabolario moderno della coscienza emerge in questa tensione tra una scienza pubblica della funzione e una certezza privata dell'apparenza.

Il diciannovesimo secolo contribuisce anche a un sorprendente svolta storica: il concetto di coscienza non è meramente filosofico; diventa una risorsa morale e politica. Le questioni di agenzia, ipocrisia, coscienza e autocoscienza assumono una nuova urgenza in un'epoca di lavoro industriale, anonimato urbano e scienze psicologiche in evoluzione. Scrittori e riformatori si preoccupano dell'automatismo, dell'abituazione e della frammentazione della vita interiore. Il sé non è più un dato trasparente; è qualcosa a rischio.

Questo è il motivo per cui il problema della coscienza non rimane mai puramente accademico. Se l'esperienza è reale ma resistente alla descrizione in terza persona, allora qualsiasi quadro completo della natura deve in qualche modo accoglierla. Se, d'altra parte, la coscienza è trattata come un'illusione o un mero sottoprodotto, allora il punto di vista stesso da cui la scienza parla inizia a sembrare instabile. I vecchi materiali filosofici si sono ora assemblati in una nuova domanda: qual è la relazione tra il mondo fisico descritto dalla scienza e la luce interiore con cui è conosciuto? Questa è la soglia su cui inizia a poggiare la filosofia moderna della mente.