La risposta iniziale di Nishida fu di chiamare l'inizio "esperienza pura" (junsui keiken). La frase suona, a prima vista, quasi troppo semplice. Eppure Nishida intendeva qualcosa di tecnico e difficile: una modalità di coscienza precedente alla divisione tra soggetto e oggetto, prima che la riflessione trasformi l'esperienza nella "mia" esperienza di "quella" cosa. In tale immediatezza, vedere un colore, ascoltare una nota, agire in modo deciso o sentire il dolore non vengono inizialmente percepiti come contenuti mentali privati che si oppongono a un mondo esterno. Essi sono dati come un campo vivente unico.
Questo era potente perché si opponeva a un'abitudine profonda nella filosofia moderna. Gran parte del pensiero post-cartesiano inizia con un sé interno, di fronte a rappresentazioni di un mondo esterno. Nishida pensava che questa immagine fosse rovesciata. La riflessione è reale, ma è secondaria. Il fatto primario non è una mente chiusa che riceve dati; è un evento unificato in cui la distinzione tra l'osservatore e l'osservato non si è ancora indurita. L'obiettivo non era abolire le differenze nel mondo. Era identificare un livello più originario in cui il mondo viene incontrato per la prima volta prima di essere classificato in categorie.
Il modo migliore per percepire la forza dell'idea è attraverso l'illustrazione. Immagina, innanzitutto, il musicista assorbito che non sta pensando al violino, al pubblico o alla tecnica di esecuzione, ma semplicemente suonando. Nishida non intende dire che il musicista sia incosciente; intende che l'evento vissuto è più originale rispetto all'analisi successiva. Oppure immagina una persona sorpresa da un'emergenza improvvisa e che agisce prima che ci sia tempo per una descrizione di sé. L'atto non è la conclusione di una deliberazione condotta in un teatro mentale. È l'occorrenza in cui sé e mondo sono ancora intrecciati. L'immediatezza di quel momento è importante perché mostra come l'esperienza possa essere intera prima di essere tematizzata. Nello schema di Nishida, il linguaggio successivo di "io", "oggetto" e "rappresentazione" viene dopo il fatto.
Una seconda illustrazione proviene dalla percezione. Quando si vede un fiore di ciliegio in primavera, il linguaggio comune ci incoraggia a dire: un soggetto ha un'esperienza di un oggetto. Il punto di Nishida è che questa grammatica astrarre già dall'evento stesso. Nel campo immediato, c'è semplicemente il vedere, e solo dopo distinguiamo il vedente e il visto. Quella distinzione è utile, ma non è primordiale. Il fiore non è prima una cosa di fronte a uno spettatore interiore. È parte di un tutto esperito in cui la separazione non è ancora stata tracciata.
L'affermazione era sorprendente non perché negasse del tutto la distinzione, ma perché la riorganizzava. La filosofia moderna spesso tratta l'analisi come la verità più profonda. Nishida trattava l'analisi come un intervento utile ma derivato eseguito su una totalità più originaria. Quel movimento lo fece sembrare, per alcuni critici, pericolosamente vicino al misticismo. Eppure egli insisteva sul fatto che l'esperienza pura non è una nebbia ineffabile. È ciò che siamo sempre già prima che la riflessione lo frantumi. La frase aveva quindi un doppio significato: era destinata a preservare l'immediatezza della vita mentre dava alla filosofia un termine sufficientemente preciso da resistere al soggettivismo rozzo.
Le implicazioni non erano solo epistemologiche. La frase aveva anche un risvolto etico. Se la realtà è prima vissuta come un campo condiviso di attività, allora il sé non è un'isola sovrana. Si forma in relazione, e l'azione può essere più fondamentale della contemplazione. Questo aiuta a spiegare perché il lavoro iniziale di Nishida colleghi la conoscenza e l'azione in modo più stretto di quanto possa fare una epistemologia occidentale. Conoscere il mondo adeguatamente non significa semplicemente rappresentarlo correttamente, ma abitare la struttura dell'esperienza dall'interno. Tale visione pone l'accento sulla partecipazione, sulla reattività e sull'evento vissuto piuttosto che sull'osservazione distaccata. Suggerisce anche perché il sé non possa mai ritirarsi completamente nella privacy: esso emerge all'interno di un mondo di relazioni già attive prima che la riflessione le nomini.
Tuttavia, la formulazione originale aveva un problema che avrebbe perseguitato il lavoro successivo di Nishida. Se l'esperienza pura è anteriore alla scissione soggetto-oggetto, come può la filosofia parlarne senza già dividerla? La stessa frase "l'esperienza pura è..." rischia di congelare l'evento vivente in un oggetto di teoria. Qui l'idea rivela la sua prima tensione: più fedelmente si cerca di nominare l'immediatezza, più il linguaggio stesso minaccia di tradirla. La filosofia ha bisogno di concetti, ma i concetti stabilizzano; l'esperienza pura dovrebbe precedere la stabilizzazione. Il risultato è una tensione strutturale nel cuore della dottrina. Ciò che inizia come un salvataggio dall'astrazione rischia di diventare un'altra astrazione.
Quella tensione non distrusse la dottrina; la spinse avanti. Aveva bisogno di un modo per preservare l'immediatezza mentre le dava una forma metafisica più rigorosa. La risposta sarebbe venuta attraverso una nozione che suona ancora più strana dell'esperienza pura: il luogo, o topos, e infine il nulla. Una volta che il sé non è più il centro, dove si raccoglie la realtà? La filosofia matura di Nishida è costruita per rispondere a quella domanda. L'esperienza pura era la mossa iniziale, un primo tentativo di nominare il terreno prima che il terreno stesso fosse stato diviso da ciò che fonda. La filosofia successiva avrebbe ereditato sia il potere che il peso di quell'inizio: doveva rimanere fedele all'immediatezza vissuta mentre spiegava anche come il pensiero potesse parlarne senza dissolverla. Quella pressione irrisolta è precisamente ciò che conferisce al concetto la sua forza storica. Non è semplicemente una definizione, ma un problema che richiede una nuova metafisica.
