Donna Haraway
1944 - Present
Donna Haraway è una delle architetti definitivi del postumanesimo critico perché ha reso la ibridazione politicamente seria piuttosto che meramente futuristica. La sua domanda centrale non è mai stata se gli esseri umani un giorno si fonderanno con le macchine; è stata come le storie sulla purezza—di sesso, specie, lavoro, natura o conoscenza—siano state utilizzate per stabilizzare il potere. In questo senso, il suo lavoro non è una celebrazione della novità tecnologica quanto una critica dell'innocenza.
Il suo saggio del 1985 “A Cyborg Manifesto” è diventato il testo emblematico per molti lettori perché ha trasformato il cyborg in una figura per oltrepassare confini che il pensiero moderno aveva trattato come naturali. Ma il punto del saggio è spesso frainteso. Haraway non stava dicendo che tutte le distinzioni si dissolvono in un eccitante sfocatura. Stava sostenendo che le vecchie distinzioni erano già state oltrepassate nella pratica, mentre la politica di quegli oltrepassamenti rimaneva nascosta. Il cyborg era un modo per pensare contro i miti dell'origine e contro la fantasia di un soggetto puro e auto-fondato.
Il suo lavoro successivo ha approfondito piuttosto che attenuare quell'argomento. È diventata sempre più preoccupata per le specie compagne, la conoscenza situata e l'intreccio degli esseri umani con animali e ambienti. La forza filosofica di questo spostamento risiede nel suo rifiuto di lasciare che la critica diventi astrazione. Conoscere è sempre da qualche parte; vivere è sempre con altri; la politica ha sempre un corpo. Quella insistenza rende Haraway uno dei correttivi più forti a qualsiasi postumanesimo che volesse flottare sopra il mondo materiale.
Le sue contraddizioni fanno parte della sua importanza. Haraway può sembrare esuberante riguardo alla tecnoscienza pur rimanendo acutamente consapevole del suo intreccio con il potere militare e capitalistico. Può sembrare dissolvere confini mentre in realtà li ridisegna in modi più attenti e responsabili. È sempre stata difficile da riassumere perché lavora destabilizzando il quadro in cui il riassunto sarebbe facile. Quella difficoltà è una caratteristica, non un difetto: costringe i lettori a confrontarsi con quanto spesso il conforto filosofico dipenda da una falsa purezza.
L'influenza di Haraway si estende ben oltre la filosofia, toccando antropologia, studi sui media, pensiero ambientale, teoria femminista e arti. Il suo contributo duraturo al postumanesimo è stato quello di aver reso possibile pensare al postumano non come un punto finale dopo “l'umano”, ma come una politica di intreccio già in corso. Ha fornito al movimento una delle sue immagini più durevoli e, cosa più importante, uno dei suoi standard più rigorosi: nessun confine innocente, nessuna origine pura, nessuna fuga facile.
