Jacques Derrida
1930 - 2004
Jacques Derrida non era semplicemente un filosofo che criticava la metafisica; era un pensatore che sembrava considerare la certezza stessa come una sorta di violenza. Nato nel 1930 a El Biar, allora Algeria francese, in una famiglia ebraica segnata dall'esclusione coloniale e dalla politica antisemita, crebbe con una precoce esperienza di precarietà sociale, appartenenza e non appartenenza, inclusione ed espulsione. Quella storia non colorò semplicemente il suo lavoro; contribuì a formare le sue preoccupazioni più profonde. La vigilanza filosofica di Derrida derivava dal vivere in un mondo in cui l'identità poteva essere conferita, revocata o ferita dalle istituzioni. Divenne sospettoso di qualsiasi sistema che pretendesse di parlare in nome dell'origine, della purezza o del significato finale.
Questa sospettosità plasmò la sua lettura di Heidegger. Derrida prese la critica di Heidegger alla metafisica occidentale e la radicalizzò, insistendo maggiormente sull'instabilità della presenza, sullo slittamento del significato e sull'impossibilità di arrivare a un inizio pienamente auto-identico. Rifiutò la fantasia che l'essere potesse semplicemente apparire come tale per il pensiero. Invece, tracciò la traccia: i segni per cui la presenza è sempre già contaminata dall'assenza, dal ritardo, dalla ripetizione e dalla differenza. In questo senso, Derrida fu uno dei più acuti eredi di Heidegger, ma anche uno dei suoi esaminatori più severi. Conservò la questione dell'essere negando che potesse essere chiusa in modo sicuro da qualsiasi sistema, metodo o linguaggio purificato.
La posizione psicologica di Derrida non era puramente distruttiva, anche se spesso veniva trattato in questo modo in pubblico. Non era motivato dal nichilismo tanto quanto da un'inquietudine etica di fronte al dogmatismo. La sua decostruzione era un metodo solo nel senso più vago; più spesso era una disciplina di lettura, un rifiuto di lasciare che le istituzioni nascondessero le loro esclusioni dietro concetti levigati. Espose come la filosofia, il diritto, la teologia e la letteratura spesso facciano affidamento su opposizioni privilegiate: parola rispetto a scrittura, presenza rispetto a assenza, ragione rispetto a retorica, origine rispetto a supplemento. Quella esposizione conferì forza al suo lavoro, ma lo rese anche un bersaglio. Per gli ammiratori, era un emancipatore del pensiero; per i critici, un destabilizzatore che sembrava non lasciare alcun terreno intatto.
Il costo di quella postura intellettuale era reale. Gli interventi di Derrida sconvolsero i confini disciplinari e provocarono una feroce reazione, specialmente nella filosofia anglofona, dove spesso veniva caricaturato piuttosto che letto. Il suo lavoro impose anche un onere ai lettori: una volta che l'appello alla pura presenza è indebolito, si deve convivere con l'ambiguità , il rischio interpretativo e l'assenza di garanzie. Eppure Derrida non si esentò da quella condizione. In pubblico, appariva composto, deliberato, quasi cerimonioso; in privato e intellettualmente, era impegnato in un incessante lavoro di incertezza. Comprendeva che il desiderio di risposte definitive è confortante proprio perché maschera il potere.
Nella storia dell'essere, Derrida è importante perché rese più difficile immaginare che l'ontologia potesse mai essere innocente. Non abolì la questione dell'essere; la mantenne aperta mostrando che ogni risposta arriva troppo presto, portando con sé le tracce di ciò che esclude.
Philosophies
Essere
Successor/Critic
Concept or Thought ExperimentFilosofia Continentale
Interpreter
School or MovementJacques Derrida
Originator
PhilosopherJudith Butler
Interlocutor
PhilosopherMartin Heidegger
Interpreter
PhilosopherPost-strutturalismo
Originator/Proponent
School or MovementPostmodernismo
Proponent
School or MovementStrutturalismo
Critic/Successor
School or Movement