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Critico / InterlocutorePolitical liberalism; analytic political philosophyUnited States

John Rawls

1921 - 2002

John Rawls è spesso considerato l'avversario filosofico del comunitarismo, ma questa impostazione perde di vista una verità più rivelatrice: egli è stato il pensatore che ha costretto i comunitaristi a definire se stessi. Non si limitò a offrire una teoria della giustizia; costruì un'architettura morale per una società plurale e accettò poi il peso di difenderla contro l'affermazione che le persone moderne non sono mai così autoriali come il suo modello suggerisce. La sua domanda centrale era netta e disciplinata: come possono cittadini liberi ed eguali vivere insieme in condizioni giuste quando non condividono la stessa religione, metafisica o eredità morale? A Theory of Justice (1971) rispose con la giustizia come equità, e con essa Rawls divenne sia indispensabile che contestato.

La forza psicologica del progetto di Rawls risiedeva nella moderazione. Non era un temperamento rivoluzionario né un idealista romantico. Cercava un ordine morale senza trionfalismo morale. La posizione originale e il velo di ignoranza non erano intesi come ritratti della coscienza umana attuale; erano strumenti di purificazione, progettati per rimuovere la fortuna, il privilegio e il potere ereditato affinché i principi potessero essere scelti in condizioni di equità. Quella scelta rivela qualcosa su Rawls stesso: una profonda diffidenza nei confronti del vantaggio contingente e una preferenza per il design istituzionale rispetto all'esortazione personale. Si fidava della procedura perché diffidava della certezza morale che spesso maschera la dominazione.

I comunitaristi obiettarono che questo quadro della persona era troppo sottile. Nel quadro di Rawls, i cittadini sembrano in grado di distaccarsi dai loro legami più profondi e selezionare principi come se l'identità fosse staccabile dalla storia, dalla lingua e dalla vita condivisa. Per i critici, ciò appariva come un'antropologia dell'astrazione, che non riconosceva come le comunità formino le stesse capacità che Rawls chiede alle persone di utilizzare. Ma la lettura caritatevole è importante. Rawls non stava fingendo che gli esseri umani siano senza radici. Stava chiedendo quali principi potessero essere giustificati a cittadini che rimangono divisi da dottrine incompatibili. In questo senso, il suo lavoro era un atto di umiltà politica: non voleva che lo stato imponesse una visione morale a tutti.

Tuttavia, quella umiltà comportava dei costi. Il distacco elegante di Rawls poteva apparire come un sostegno a un mondo pubblico in cui i legami morali solidi che sostengono le persone sono trattati come questioni private, secondarie rispetto alla procedura civica. I comunitaristi vedevano in quella mossa un pericolo di assottigliamento morale: una società capace di tollerare la differenza, ma meno capace di nutrire la solidarietà. La risposta di Rawls in Political Liberalism (1993) fu quella di enfatizzare un consenso sovrapposto tra cittadini che dissentono profondamente ma possono comunque sostenere principi politici condivisi per motivi diversi. Questo non era un ritiro quanto una ricalibrazione. Egli riconobbe che il pluralismo è permanente e che la stabilità non può dipendere dall'unanimità.

La contraddizione al centro dell'eredità di Rawls è che difese la comunità rifiutando di rendere sovrana qualsiasi comunità particolare. Voleva istituzioni che potessero comandare legittimità tra estranei. Ciò rese la sua filosofia moralmente elegante e politicamente severa. Il costo per gli altri fu che diede poco conforto a coloro che volevano che la vita pubblica affermasse tradizioni di significato più spesse. Il costo per se stesso fu interpretativo: divenne, per i critici, l'emblema dell'astrazione liberale, anche se la sua vera ambizione era proteggere i cittadini da un insediamento morale coercitivo.

La sua significativa eredità nella storia comunitarista è quindi paradossale. Rawls è la figura più visibilmente opposta al comunitarismo, ma è anche colui la cui rigore ha reso possibili i suoi argomenti più forti. Costrinse il movimento a decidere se stesse criticando una teoria della giustizia, una teoria del sé, o la forma stessa della modernità liberale. Qualsiasi serio resoconto comunitarista deve ancora rispondergli: perché l'equità da sola è insufficiente, e qual è il prezzo morale di insistere che le comunità contano tanto quanto i diritti?

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